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Siamo sovrastati da Barolo, Chianti e …Valpolicella! I produttori di
queste regioni, prima di promuovere l’azienda hanno promosso il vino
e il vitigno. - il fatto che l’aglianico non abbia una zona di
produzione ben definita (per gli americani l’identificazione
geografica è fondamentale) ha impedito l’emergere sia dei territori,
sia delle singole aziende. - l’esportazione diffusa dell’aglianico è
iniziata relativamente tardi rispetto agli altri vini. Asimov fa poi
una mappatura delle zone di produzione e si ferma soprattutto in
Basilicata per sottolineare la crescita qualitativa esponenziale
delle cantine sociali (Cantine di Venosa) in grado di produrre
ottimi vini appetibili per qualità e prezzo.
I nostri grandi nomi cult non vengono poi trattati cosi’ bene (non
li reputa capaci di diventare vini cult), mentre hanno impressionato
i piccoli grandi vini de I Favati e di Ocone, a riprova che forse il
famoso gusto americano per vini concentrati e legnosi sta finalmente
virando verso la freschezza e l’eleganza, oltre naturalmente alle
considerazioni di prezzo. Come dire? I grandi restano grandi ma
sembrano in qualche modo crogiolarsi sugli allori.
New York Times - September 17, 2008
An Italian Name Worth Practicing - By
ERIC ASIMOV
Traduzione di
Giulia Cannada Bartoli
Ok gente, le vacanze sono finite da un pezzo, la scuola è
ricominciata, ma dobbiamo tornare indietro per una ripetizione.
Perché? Perché mi sono imbattuto in un vocabolo di cruciale
importanza nel lessico dei vini italiani, finora trascurato. La
parola è aglianico, uno dei maggiori vitigni a bacca rossa del sud
Italia. nonostante ciò l’intera categoria dei vini da Aglianico
sembra passare inosservata per la maggior parte delle persone ed è
un peccato perché hanno tante piacevoli sensazioni da offrire. Nel
tentativo di rimediare a questo triste stato di cose, il nostro wine
panel ha recentemente assaggiato 25 campioni, per la maggior parte
provenienti dalle due regioni d’Italia leader per questa produzione:
Campania e Basilicata, con un paio di eccezioni da altre regioni.
Io e Florence Fabricant siamo stati invitati per la degustazione da
Chris Cannon, il proprietario dei ristoranti Alto e Convivio di New
York, insieme a Charles Scicolone un consulente del settore. Sia
Chris che Charles hanno concordato sul fatto che l’Aglianico è
ingiustamente trascurato dalla maggior parte dei consumatori. La
spiegazione è semplice : questi vini sono oscurati da nomi piu’
familiari come Chianti, Barolo e persino Valpolicella. Inoltre ,
ragione ben piu’ importante, è la natura diffusa della produzione di
aglianico che ha impedito l’emergere di singoli produttori o
regioni. Ancora, nonostante il vitigno sia antico, la diffusione
della produzione destinata all’estero è piuttosto recente. La
produzione di vino è sempre stata importante in Campania e in
Basilicata ma fino a 20 anni fa i vini erano destinati quasi
esclusivamente al consumo locale. Il cambiamento è arrivato a
velocità della luce.
Le politiche di sostegno da parte della comunità europea hanno
aiutato dozzine di viticoltori che erano soliti conferire le uve a
trasformarsi in produttori. I consorzi, una volta famosi per la
produzione di vini economici, sono cresciuti in maniera esponenziale
fino ad arrivare ad una nuova epoca per la viticoltura in queste
regioni. Non a caso il nostro campione n. 1 arriva dalle Cantine di
Venosa in Basilicata . L’Aglianico del Vulture 2003 Vignali vale i
suoi 10$. L’abbiamo trovato fitto e pulito con i classici marcatori
dell’aglianico: ciliegia, mineralità e cuoio. Siamo tutti rimasti
sorpresi dall’ elevato livello complessivo della qualità. abbiamo
trovato pochi vini ammiccare al gusto moderno dei consumatori per
vini molto fruttati e con sentori legnosi.
La maggior parte sono vini equilibrati , puliti e asciutti. Con
nostra sorpresa il campione n. 2 era pugliese. 2003 Tormaresca Bocca
di Lupo doc Castel del Monte. Un vino di chiara impostazione
moderna, con molto legno, ma chiaramente strutturato ed armonico a
richiamare l’identità dell’aglianico. Non è il mio stile preferito,
ma è ben fatto. Nessuno dei due vini più costosi ci ha strabiliato.
Entrambi dimostravano gli effetti di una costosa e moderna enologia.
L’Aglianico del Vulture Vigna della Corona di Tenuta Le Querce 2003
, a 73$ era dolce e marmellatoso, mentre il Naima 2004 di De
Conciliis a 60$ era troppo legnoso.
Per anni la fiaccola è stata portata dai due campioni,
Mastroberardino per la Campania e Paternoster per la Basilicata.
Oggi dozzine di produttori esportano negli Stati Uniti, tristemente
non abbiamo trovato vini tra quelli di alcuni dei produttori leader
come Paternoster, Antonio Caggiano e Galardi (Terra di Lavoro) che
possano raggiungere la definizione di vino cult. Di nuovo, il
campione n. 1 (Vignali Cantine di Venosa) è stato l’unico degli 8
vini al di sotto dei 20$ che davvero ci ha impressionato. Il che ha
lasciato un bello spazio centrale per vini come il Cretarossa 2004
Aglianico Irpinia de I Favati e l’Aglianico del Taburno 2003 di
Ocone, pulito e speziato. Il vitigno aglianico è decisamente tannico
ma non tanto quanto il nebbiolo a cui viene spesso paragonato.
Tuttavia, a seconda del vino e dell’annata, gli Aglianico
raggiungono la massima forma dopo 5 o 10 anni di invecchiamento.
Alcuni vini, come il campione n. 6 il Taurasi Cinque Querce di
Salvatore Molettieri 2003, possono affinare anche più a lungo a
causa della concentrazione degli aromi. Il Taurasi Radici di
Mastroberardino ha una tradizione di lungo invecchiamento ( il 1968
è un vino notevole anche oggi) , ma il 2003 è un po’ troppo morbido
per durare neanche la metà di quel tempo. Sono sempre molto felice
di trovare l’aglianico nelle carte dei vini. La sottigliezza e
l’eleganza del frutto e la loro capacità di essere asciutti ed
intensi senza essere pesanti, li rende ottimi compagni per un’ampio
assortimento di carni, selvaggina e primi piatti.
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