24.09.2008 | Vino e dintorni

Herald Tribune lancia l'Aglianico negli Usa

(Traduzioni di Giulia Cannada Bartoli). L’Aglianico alla ribalta. Un articolo di Eric Asimov dell’Herald Tribune del 18 settembre, ha fatto scalpore ed è stato ripreso da Anna Scafuri nel del TG1 serale dello stesso giorno con due interventi di produttori irpini (Feudi di San Gregorio e Pietracupa). L’analisi fatta da Asimov delle ragioni per le quali l’Aglianico non ha sfondato in USA è molto lucida. - il marketing e la promozione istituzionale.

Siamo sovrastati da Barolo, Chianti e …Valpolicella! I produttori di queste regioni, prima di promuovere l’azienda hanno promosso il vino e il vitigno. - il fatto che l’aglianico non abbia una zona di produzione ben definita (per gli americani l’identificazione geografica è fondamentale) ha impedito l’emergere sia dei territori, sia delle singole aziende. - l’esportazione diffusa dell’aglianico è iniziata relativamente tardi rispetto agli altri vini. Asimov fa poi una mappatura delle zone di produzione e si ferma soprattutto in Basilicata per sottolineare la crescita qualitativa esponenziale delle cantine sociali (Cantine di Venosa) in grado di produrre ottimi vini appetibili per qualità e prezzo.

I nostri grandi nomi cult non vengono poi trattati cosi’ bene (non li reputa capaci di diventare vini cult), mentre hanno impressionato i piccoli grandi vini de I Favati e di Ocone, a riprova che forse il famoso gusto americano per vini concentrati e legnosi sta finalmente virando verso la freschezza e l’eleganza, oltre naturalmente alle considerazioni di prezzo. Come dire? I grandi restano grandi ma sembrano in qualche modo crogiolarsi sugli allori.


New York Times - September 17, 2008
An Italian Name Worth Practicing - By ERIC ASIMOV

Traduzione di Giulia Cannada Bartoli

Ok gente, le vacanze sono finite da un pezzo, la scuola è ricominciata, ma dobbiamo tornare indietro per una ripetizione. Perché? Perché mi sono imbattuto in un vocabolo di cruciale importanza nel lessico dei vini italiani, finora trascurato. La parola è aglianico, uno dei maggiori vitigni a bacca rossa del sud Italia. nonostante ciò l’intera categoria dei vini da Aglianico sembra passare inosservata per la maggior parte delle persone ed è un peccato perché hanno tante piacevoli sensazioni da offrire. Nel tentativo di rimediare a questo triste stato di cose, il nostro wine panel ha recentemente assaggiato 25 campioni, per la maggior parte provenienti dalle due regioni d’Italia leader per questa produzione: Campania e Basilicata, con un paio di eccezioni da altre regioni.

Io e Florence Fabricant siamo stati invitati per la degustazione da Chris Cannon, il proprietario dei ristoranti Alto e Convivio di New York, insieme a Charles Scicolone un consulente del settore. Sia Chris che Charles hanno concordato sul fatto che l’Aglianico è ingiustamente trascurato dalla maggior parte dei consumatori. La spiegazione è semplice : questi vini sono oscurati da nomi piu’ familiari come Chianti, Barolo e persino Valpolicella. Inoltre , ragione ben piu’ importante, è la natura diffusa della produzione di aglianico che ha impedito l’emergere di singoli produttori o regioni. Ancora, nonostante il vitigno sia antico, la diffusione della produzione destinata all’estero è piuttosto recente. La produzione di vino è sempre stata importante in Campania e in Basilicata ma fino a 20 anni fa i vini erano destinati quasi esclusivamente al consumo locale. Il cambiamento è arrivato a velocità della luce.

Le politiche di sostegno da parte della comunità europea hanno aiutato dozzine di viticoltori che erano soliti conferire le uve a trasformarsi in produttori. I consorzi, una volta famosi per la produzione di vini economici, sono cresciuti in maniera esponenziale fino ad arrivare ad una nuova epoca per la viticoltura in queste regioni. Non a caso il nostro campione n. 1 arriva dalle Cantine di Venosa in Basilicata . L’Aglianico del Vulture 2003 Vignali vale i suoi 10$. L’abbiamo trovato fitto e pulito con i classici marcatori dell’aglianico: ciliegia, mineralità e cuoio. Siamo tutti rimasti sorpresi dall’ elevato livello complessivo della qualità. abbiamo trovato pochi vini ammiccare al gusto moderno dei consumatori per vini molto fruttati e con sentori legnosi.

La maggior parte sono vini equilibrati , puliti e asciutti. Con nostra sorpresa il campione n. 2 era pugliese. 2003 Tormaresca Bocca di Lupo doc Castel del Monte. Un vino di chiara impostazione moderna, con molto legno, ma chiaramente strutturato ed armonico a richiamare l’identità dell’aglianico. Non è il mio stile preferito, ma è ben fatto. Nessuno dei due vini più costosi ci ha strabiliato. Entrambi dimostravano gli effetti di una costosa e moderna enologia. L’Aglianico del Vulture Vigna della Corona di Tenuta Le Querce 2003 , a 73$ era dolce e marmellatoso, mentre il Naima 2004 di De Conciliis a 60$ era troppo legnoso.

Per anni la fiaccola è stata portata dai due campioni, Mastroberardino per la Campania e Paternoster per la Basilicata. Oggi dozzine di produttori esportano negli Stati Uniti, tristemente non abbiamo trovato vini tra quelli di alcuni dei produttori leader come Paternoster, Antonio Caggiano e Galardi (Terra di Lavoro) che possano raggiungere la definizione di vino cult. Di nuovo, il campione n. 1 (Vignali Cantine di Venosa) è stato l’unico degli 8 vini al di sotto dei 20$ che davvero ci ha impressionato. Il che ha lasciato un bello spazio centrale per vini come il Cretarossa 2004 Aglianico Irpinia de I Favati e l’Aglianico del Taburno 2003 di Ocone, pulito e speziato. Il vitigno aglianico è decisamente tannico ma non tanto quanto il nebbiolo a cui viene spesso paragonato.

Tuttavia, a seconda del vino e dell’annata, gli Aglianico raggiungono la massima forma dopo 5 o 10 anni di invecchiamento. Alcuni vini, come il campione n. 6 il Taurasi Cinque Querce di Salvatore Molettieri 2003, possono affinare anche più a lungo a causa della concentrazione degli aromi. Il Taurasi Radici di Mastroberardino ha una tradizione di lungo invecchiamento ( il 1968 è un vino notevole anche oggi) , ma il 2003 è un po’ troppo morbido per durare neanche la metà di quel tempo. Sono sempre molto felice di trovare l’aglianico nelle carte dei vini. La sottigliezza e l’eleganza del frutto e la loro capacità di essere asciutti ed intensi senza essere pesanti, li rende ottimi compagni per un’ampio assortimento di carni, selvaggina e primi piatti.

 

Invia un commento:

px
px

Magazine Vino e dintorni

Vai
px
px
px
Entra in MyVinit Chiudi
Email
Password
Mantieni aperta la connessione.
Non sei ancora registrato?