28.06.2007 | Vino e dintorni

Il bacco italiano dai piedi d'argilla

La crisi dei produttori dietro l'apparente trionfo dei vini di qualità. Le "chiacchiere" sui mass media in occasione del Vinitaly di Aprile sono state tante. "…Il vino funziona - è stato scritto- l'export funziona, gli italiani bevono vini di qualità…" Ma nessuno si prende la briga di scambiare due parole con i produttori per capire cosa sta veramente succedendo.

Possibile che nessuno sappia che in Toscana, la regione del vino per eccellenza, ci sono aziende dal nome conosciuto che sono sul lastrico e con i vigneti in mano alle banche? E che nessuno dica quante aziende sono in vendita nella stesa Toscana, per non parlare del Piemonte o del Trentino. Né abbia voglia di far notare che in diverse regioni sono molte le aziende che hanno lasciato i grappoli sui filari.

Ma se la crisi non c'è, perché mai ora si possono comprare bottiglie di Brunello (di etichette conosciutissime) alla metà e, a volte, alla metà della metà del prezzo originale? E perché mai in Piemonte "sbottigliano" Barolo per venderlo col nome di Nebbiolo a un prezzo notevolmente inferiore?

Gli esperti, quelli veri, ad esempio i ricercatori universitari che studiano il settore ogni giorno con riferimenti regionali e internazionali, denunciano da tempo questa situazione di stallo all'interno del nostro paese. Non è vero che gli italiani spendono in media 10 euro per una bottiglia di vino, perché i vini più venduti hanno una forbice che va dai 2 ai 6 euro.

Chi è in confidenza con il mondo del vino sa bene insomma che le cose non funzionano come si vorrebbe far credere e che in certe regioni, la Romagna purtroppo è fra queste, nulla si fa se non dare una passata di vernice nuova su un muro che in realtà sarebbe da riattare. E i produttori romagnoli quindi si lamentano. Nessuno lo fa apertamente, perché hanno timore di alzare polveroni, e poi non si fa nulla per essere più uniti e migliorare la situazione.

Chi ancora vende davvero sono soltanto quei produttori che hanno seguito la loro indole creativa nel rispetto di un territorio, funziona chi si è affidato ad enologi competenti anziché ai vari pseudo - esperti che hanno dimenticato ogni tradizione in ossequio al grande mercato globale che peraltro ha voltato loro le spalle molto velocemente. Ora poi c'è qualche estroso che vorrebbe abbandonare la produzione di Sangiovese per buttarsi nella produzione di vino bianco.

 

In Romagna si fanno anche buoni bianchi, soprattutto passiti, è vero. Ma è bene ricordare che si tratta di pochissimi casi, che la Romagna non è il Friuli o il Veneto e che la produzione non ha una vocazione di bianchi in grado di contrastare regioni più adatte a questo tipo di produzione, senza contare la concorrenza straniera (Cile, Argentina, Spagna) che sui bianchi è più concorrenziale in quanto a prezzo di qualità.
 

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Ora si rischia di fare l'errore che si denunciava all'epoca del boom del vino, quando tutti producevano con vitigni internazionali per poi trovarsi letteralmente spiazzati dalla forza naturale di altri paesi che sull'internazionale ci hanno surclassato se non per qualità sicuramente per prezzo. Molti di coloro i quali snobbavano il Sangiovese in nome dei soliti vitigni internazionali si ritrovano oggi sedotti e abbandonati, mentre il buon vecchio Sangiovese se la starà ridendo sotto i baffi… 

Fabio Magnani, Giornalista enoico
fabiomag@linknet.it - autore del libro

Vini dal Cile Viaggio tra i profumi dei vigneti andini -
Edizioni Delmònt, Ravenna Marzo 2002

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