27.10.2001 | Prodotti Tipici

Quando la cantina va alla riscossa

Dolianova (CA) - Spietata analisi del presidente della cooperativa in crisi alla vigilia dell’assemblea dei soci.

È quasi un richiamo alle armi. Francesco Scioni, 66 anni, è tornato alla guida della cantina sociale per raddrizzare una barca in cattive acque. Strano destino per un raffinato intellettuale (laureato in lingua e letteratura russa) presidente negli anni Settanta, quando a Dolianova si vendemmiavano 200 mila quintali di uva, il Nuragus viaggiava su navi verso i porti della Francia, le bottiglie di Monica e Sibiola trionfavano nell’isola e si affacciavano con successo in mezza Europa. Oggi i tempi d’oro sono un ricordo, l’ultimo raccolto ha fruttato appena 68 mila quintali di uva (50 mila ettolitri di vino), le etichette di Dolianova non sempre figurano nei menu dei ristoranti sardi. E soprattutto, su un bilancio di quindici miliardi, solo quattro finiranno nelle tasche dei produttori. Meno del previsto. E senza il conguaglio post vendemmia, come avveniva quando nel Parteolla tutte le colline erano verdi di vigneti. Spetterà proprio a Scioni l’ingrato compito di illustrare un bilancio “lacrime e sangue” nel corso di un’assemblea di viticultori convocata per domenica prossima. «Quest’anno - spiega il presidente - siamo tra le cantine che pagano ai soci le liquidazioni più basse. Il 20 per cento in meno del previsto a inizio campagna. Un provvedimento non legato ai risultati delle vendite: anzi, registriamo ricavi superiori all’esercizio precedente, ma dobbiamo sistemare il bilancio. Così, abbiamo valutato le giacenze in modo molto più prudente rispetto a un passato recente, in cui si è agito con eccessivo ottimismo, o, se si preferisce, con una notevole dose di superficialità». Fedele a uno stile, Scioni usa toni soft, ma non nasconde la cruda realtà da illustrare ai soci. Se il bilancio è infatti appesantito da vecchie «valutazioni in libertà» con conseguente «ricorso alle banche» dipende anche da una certa «faciloneria negli investimenti». «L’arrivo di finanziamenti pubblici - spiega Scioni - induce a volte ad effettuare investimenti giganteschi, senza tenere conto che poi certi impianti sproporzionati comportano costi di manutenzione enormi e vanno ammortizzati. Se poi a questi fattori aggiungiamo un calo della produzione del 20 per cento rispetto allo scorso anno, si capisce perché, nell’elaborare il bilancio abbiamo dovuto usare il machete». Un calo non dovuto solo alla gelata di primavera, «ma anche a una sorta di ribellione di soci che non hanno conferito le uve o lo hanno fatto in parte. Anzi - precisa il presidente - viste le premesse in due assemblee, ci aspettavamo che le cose andassero peggio». Messa a nudo una realtà non esaltante, le Cantine di Dolianova si preparano alla riscossa, sotto la guida di un presidente abituato a remare contro corrente. Come faceva negli anni Settanta, quando le cooperative del Campidano puntavano sul vino di massa venduto in cisterne e lui (circondato da una buona dose di scetticismo) puntava con successo sui vini Doc distribuiti in Italia all’estero. Anche oggi la sua parola d’ordine è “Qualità”, forte di una catena di prodotti di assoluta eccellenza. Un indirizzo che vuole trasmettere ai soci. «Puntando sulla qualità, dobbiamo metterli in condizione di raggiungere il reddito massimo. Ma la cantina deve seguirli, dare loro gli indirizzi tecnici giusti, perché i grandi vini nascono soprattutto nei vigneti. Non c’è niente da inventare, dobbiamo solo ripetere ciò che hanno già realizzato altre aziende private in Sardegna. I viticoltori devono rendersi conto che, con l’espianto, l’epoca delle grandi quantità è finita. Anche perché quel mercato è appannaggio di paese emergenti, che producono a costi più bassi e con meno vincoli». Ma esistono i vigneti adatti a produrre vini di qualità? E le cantine, hanno gli staff tecnici per assistere i soci? «Questa è la nostra sfida del futuro - ammette Scioni - se non sapremo raccoglierla, le cantine sociali saranno destinate ad avere una vita sempre più difficile. Registro comunque con soddisfazione un ritorno alla viticoltura di agricoltori delusi da altre esperienze. Il problema è riuscire ad impiantare vigneti, considerati i divieti imposti dall’Unione europea. Chi ha resistito ai soldi facili dell’espianto, oggi sta comunque investendo nelle vigne. Quanto alle cantine, devono organizzarsi tecnicamente per produrre i vini di qualità che richiede il mercato». Sotto questo profilo, Dolianova è sulla buona strada. Perché i suoi tecnici hanno un legame sempre più stretto coi soci, ai quali consigliano la coltivazione di nuovi vitigni. Accanto ai tradizionali Vermentino, Monica e Cannonau, nei vigneti del Parteolla germogliano oggi i ceppi di Montepulciano, Cabernet, Sirah, Merlot, Carignano. Nomi “nuovi” in grado di dare lustro al blasone di una cantina cui fanno capo le fatiche e le speranze dei viticoltori di oltre venti paesi del Cagliaritano.

FONTE: L'UNIONE SARDA

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